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Fra armonia e squilibrio.

Il welfare: modelli in crisi.

Che il welfare sia in crisi non è una novità. Lo è anche nelle zone dove è sviluppato e più strutturato. Magari la spesa procapite continua ad essere elevata, così come il numero di addetti, solo che sono cambiate le condizioni generali e il numero di “clienti” è aumentato, in cifre e in qualità dei bisogni espressi. La crisi è più evidente proprio lì.

I servizi deputati all’assistenza, in primis a fare da materasso alle disuguaglianze sociali, funzionano oramai così poco e male  che – pur costituendo un costo considerevole – non riescono a incidere in profondità nelle situazioni di povertà. L’indice di Gini è impietoso nel definire la condizione delle diseguaglianze del nostro paese in rapporto a quelle dei partners europei e non solo, non tanto nei valori assoluti, ma nel suo aumento anomalo negli ultimi cinque anni.

L’ampliamento della quota di popolazione che necessiterebbe di supporto assistenziale nelle sue varie forme è anche il prodotto del cambiamento intervenuto nel mondo del lavoro e nelle progressiva riduzione della quantità di posti che andavano tradizionalmente alla fasce meno scolarizzate e dequalificate della popolazione. Per esempio, meno soldi pubblici a disposizione più  tagli alla manutenzione del territorio e alle attività sociali, fonte di posti di lavoro generico e “assistito”. Finanziarizzazione delle imprese e ricerca della massimizzazione just in time dei profitti ha significato la progressiva eliminazione dei posti riservati alle fasce protette, invalidi in prima file. Tanta gente è finita fra i poveri, andando così a ingrossare le fila di chi dipende in tutto e per tutto dalla pubblica assistenza. O da quella privata, mai integrata con quella pubblica a costruire percorsi che davvero realizzassero quella sussidiarietà che ancora oggi viene indicata come l’obbliettivo di un moderno sistema di welfare.

Sussidiarietà ha voluto dire, nei fatti, privatizzazione di una fetta considerevole dell’attività di assistenza. La quale, viste le condizioni generali, finisce davvero per diventare un inutile sforzo di tappare col dito il foro nella diga mentre altri se ne aprono dappertutto. Ci sono le associazioni private e/o confessionali che svolgono questa importante funzione, ma siamo tornati, passo dopo passo,  a un modello sociale caritatevole pre-fascista.

Anche ad avere più soldi, è proprio il modello che non funziona più. Il welfare di ieri – quello che aveva come scopo la riduzione delle disuguaglianze e trasformava i servizi solidaristici delle mutue (nidi, doposcuola, mense, colonie di vacanza, sanità e così via) in servizi offerti dallo Stato in cambio delle tasse e di un po’ di pace sociale – ha lasciato il posto al disimpegno, alla stanchezza, alla difficoltà di interpretare i bisogni di una società che si è fatta più cruda e ingiusta.

Senza colpo ferire alcuni servizi sociali fondamentali sono stati trasformati in “servizi a domanda individuale”, caricandone così il costo (tutto o in parte) sul singolo utente, seppure per un po’ ancora sostenuto da interventi di assistenza sociale per lenirne i dolori. Così lo Stato si è ritirato (e continua a farlo), mantenendo però in piedi una sovra/struttura tarata per ben altre prestazioni che costa tanto e produce sempre meno.

Occorre una svolta. Sperimentare nuove forme di welfare, sostenibili e coerenti anche con la funzione di “calmante sociale” che inevitabilmente questo complesso di servizi finisce per avere.  Chi non è in grado di produrre un reddito, nemmeno col lavoro assistito o con tutti gli incentivi immaginabili, va sostenuto economicamente in modo stabile e monitorato. Chi è scivolato nella povertà – pur non partendo da quella condizione, ma per effetto delle crisi di trasformazione della società – va aiutato a costruire un percorso, anch’esso assistito, di progressiva riappropriazione di quell’autonomia che serve a rimettersi all’onor del mondo. E’ questo il senso di quelle pratiche che vanno sotto il nome di “welfare generativo”: faticano a prendere piede perché comportano, oltre a qualche risorsa, anche la trasformazione del mestiere dell’operatore sociale. Da erogatore di soldi e benefit, sempre meno, a progettista, insieme alla persona, del suo reinserimento: economico, umano e  di socialità.

L'AUTORE DI QUESTO ARTICOLO

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Fabio Tirelli

Consulente di organizzazione e Psicoterapeuta abilitato, è Amministratore unico di Edis, Consulente nel settore no profit e Vicepresidente e Direttore Finanziario di Soggiorno Airone.

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