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Ormai non ci facciamo nemmeno più caso. Quando si parla di Africa e di africani, tendiamo – chi più chi meno – a generalizzare uno stereotipo che si presta a considerazioni talmente obsolete da non cogliere una realtà talmente complessa che, al confronto, noi italiani sembriamo fuori dal mondo.

Parlare del continente africano nel XXI secolo, significa affrontare una tale varietà di culture, società ed economie estremamente variegate e in continuo mutamento. Tralascio, per motivi di spazio, di tediarvi sul perché di questo nostro generale disinteresse verso ciò che accade al di là del Mediterraneo. Altri hanno già affrontato il tema sotto diversi punti di vista, positivi e negativi, rimandando alla vasta letteratura in proposito chi ne fosse interessato.

Vorrei qui porre l’attenzione su alcuni aspetti che spesso sfuggono allo sguardo distratto di noi italiani, da sempre poco inclini a guardare fuori del nostro cortile di casa. E, nello specifico, sempre pronti a fare di tutta un’erba un fascio.

Forse non tutti sanno infatti che anche in Africa esistono nazioni e comunità molto dinamiche, saldamente ancorate ai valori di democrazia e libertà individuale, le quali hanno avviato un processo di sviluppo economico-sociale da noi purtroppo dimenticato! Mi riferisco in particolare a paesi quali il Malawi, lo Zambia, la Tanzania, il Botswana e la Namibia che, nell’arco di un decennio, si sono dati un quadro normativo e politico aperto al confronto democratico, sotto l’egida di governi fermamente ancorati al modello di crescita occidentale e integrati nel processo di globalizzazione dei mercati mondiali.

I cittadini di questi paesi hanno visto crescere il loro tenore di vita di anno in anno, il tasso di povertà ridursi in maniera davvero notevole, se paragonato ad altre nazioni; il tutto in un clima di convivenza civile senza eguali nel Continente. Ciò ha comportato di riflesso un ridotto flusso di emigrazione verso il nord del mondo e l’arrivo di investitori stranieri che ha creato sviluppo economico e occupazione.

I malpensanti a questo punto potrebbero obiettare che il prezzo da pagare per tali popolazioni sia lo sfruttamento della forza lavoro locale e/o l’impoverimento dell’habitat naturale della regione. Nulla di più falso!

La crescita di questi paesi – come indicato a margine – si sta rafforzando proprio a discapito di passate politiche irriguardose delle più basilari regole di convivenza civile e rispetto per l’ambiente. Grazie ad un cambiamento nella gestione dei fondi sovranazionali, ispirati oggi a principi di vera concorrenzialità e tutela del patrimonio naturale, le autorità pubbliche e le business communities locali operano secondo logiche di sussidiarietà e iniziative imprenditoriali mirate alla valorizzazione delle rispettive economie. Non più dipendenti in via quasi esclusiva da aiuti umanitari “a pioggia”, che non hanno mai funzionato (se non per arricchire élites corrotte), ma cooperazione economica basata su progettualità sostenibili in ambito privato e multilaterale.

Allora, cari amici, cerchiamo di cogliere quanto di buono viene dal sud del mondo, poiché abbiamo qualcosa da imparare pure noi dagli altri. Diamo la possibilità a chi vuole garantire un futuro alle prossime generazioni di integrarsi maggiormente con il nostro sistema socio-economico: non è questione di immigrazione, si tratta viceversa di offrire a chi vuole intraprendere l’opportunità di aprire i nostri mercati al libero e pacifico scambio di beni e servizi, indipendentemente da dove questi provengano. Il benessere, dopo tutto, non dipende né da dove si viene né tanto meno dal colore della pelle!

Anche se la strada della crescita è ancora lunga, questa è l’Africa che ci piace…

L'AUTORE DI QUESTO ARTICOLO

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Piermario Croce

Dottore commercialista, corporate finance advisor e consulente per l’internazionalizzazione delle imprese italiane in Africa, Console Onorario della Repubblica del Malawi in Italia.

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