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Tecnologie informatiche, energetiche, bio, manifatturiere, finanziarie, intelligenza artificiale, macchine intelligenti tendono a occupare il posto dell’uomo. Tecnologie sempre più veloci, che ci fanno vivere una sequenza di eventi (quasi) istantanei, ci inducono a privilegiare il breve termine: il fare più in fretta possibile. Il futuro, però, si stende come se fosse un elastico. Noi vogliamo vedere sempre più lontano perché la vita che si allunga arricchisce il nostro paniere di opportunità da sfruttare nel tempo che verrà: il fare in fretta è un comportamento che deve misurarsi col fare più a lungo.

Tanto più avanza il fronte tecnologico, tanto più l’uomo è chiamato a battersi per un nuovo modo di pensare in un ampio spettro che va dal creare affetti, sviluppare gusti e costruire legami allo sperimentare innovazioni che frantumano il corrente stato dell’arte. Come insegna la storia, il pensiero si manifesta nella formazione di idee che al loro apparire sono dismesse perché giudicate prive di senso, poi combattute perché contrarie al sentire comune, infine accettate dagli stessi oppositori, solleciti a dichiarare di averle fatte proprie sin dall’inizio.

In questo scenario d’incontro e confronto tra l’uomo e la tecnologia, l’imprenditorialità emergente mostra molteplici volti. Si trovano diverse specie imprenditoriali che convergono e vengono anche mescolate insieme. Le invenzioni hanno il loro sbocco nell’imprenditorialità tecnologica. I ‘tecnoprenditori’, gli imprenditori sul filo del rasoio della tecnologia, mettono insieme e fanno interagire ricerca, talento, capitali di rischio e nuovi modelli organizzativi per creare innovazioni tecnologiche. L’imprenditoria sociale prende possesso della terra di nessuno tra l’economia e la società. La mobilità internazionale dei talenti è la fonte dell’imprenditorialità geografica di startup a livello mondiale che muovono prodotti e servizi da e verso una varietà di luoghi sulla terra. Comunità di condivisione sono alla base di nuove imprese come quelle delle strade sociali. Progetti per le città ‘intelligenti’, ‘basate sulla conoscenza’, ‘digitali’, ‘cablate’, ‘ubique’ e le loro realizzazioni promuovono l’imprenditorialità civica che trasforma processi e procedure dei governi locali.

“L’uomo cresce di quanto le sue mete crescono”, si legge nel Wallenstein di Friedrich Schiller. Se il fronte della tecnologia avanza rapidamente, il fronte dell’uomo istruito non può star fermo. Grandi stimoli verranno all’istruzione se il suo tavolo di lavoro sarà una tabula rasa. Ciò vuol dire abbandonare le pratiche sin qui seguite per reinventare la scuola.

Ai primi del Novecento, lo scrittore italiano Giovanni Papini (1881-1956) si esprimeva contro la scuola che “non inventa le conoscenze ma si vanta di trasmetterle”, e spostava l’enfasi dall’insegnamento che porta gli studenti a dare risposte corrette all’apprendimento nei laboratori di sperimentazione dove poter sollevare, studenti e maestri insieme, interrogativi inespressi e inediti, oltre che imparare dagli errori.

All’incirca al tempo di Papini, sulla sponda americana dell’Atlantico il riformatore della scuola John Dewey (1859-1952) annoverava tra i protagonisti dell’istruzione un inedito soggetto: l’ignoranza da lui definita ‘genuina’. Questa sarebbe benefica perché accompagnata da umiltà, curiosità e apertura mentale. Oltre che genuina, questa ignoranza è generatrice di idee nuove. La conoscenza acquisita è l’equivalente del medievale ‘Finis Terrae’. Al di là dell’orizzonte visibile delle ‘Colonne d’Ercole’, c’è il continente ignoto – ciò che non si sa e non si sa di non sapere. Come sostiene il neuroscienziato Stuart Firestein, per superare il limite del conosciuto ci vuole l’abilità di rimanere nel mistero e nello sconosciuto. Quella capacità che evocava John Keats (1795-1821) in una lettera, datata 21 dicembre 1817, ai fratelli George e Thomas. Il poeta inglese scriveva che la persona in grado di raggiungere traguardi ambiziosi possiede la capacità negativa, cioè “sa vivere nelle incertezze, nei misteri e nei dubbi senza lasciarsi andare a un’agitata ricerca di fatti e ragioni”. È anche una capacità di vivere facendo errori senza, per questo, sentirsi scoraggiati o costernati. – che è come “trovare un gatto nero in una stanza buia, specialmente quando il gatto non c’è”, secondo il detto di Confucio. Da qui l’idea di Firestein di scrivere un libro il cui titolo è “Ignorance” (e progettare “un intero corso dedicato alla, e intitolato, “Ignoranza”: “Un corso di scienze [….] in cui uno scienziato ospite parla a un gruppo di studenti per un paio d’ore circa quello che lui o lei non sa”.

In un nostro saggio (The Role of Creative Ignorance, Macmillan Palgrave, 2015) abbiamo tentato di dimostrare che l’ignoranza non è una barriera all’azione. L’apprendimento dell’ignoranza creativa è un percorso che inizia quando si spegne la luce del giorno che è la certezza data dagli strati di conoscenze acquisite, avanzando nella notte buia dell’incertezza non misurabile. È così che si tracciano – non si trovano! – sentieri inediti nelle scienze, nell’arte e nella cultura, e nell’imprenditorialità che da quelle trae nutrimento. Proprio ciò che contraddistinse l’Età del Rinascimento. Un nuovo rinascimento imprenditoriale è, dunque, il risultato della deviazione dal tradizionale percorso dell’insegnamento. Devianti lo sono testi, saggi, articoli e corsi sull’ignoranza che stanno arricchendo la letteratura e le pratiche d’apprendimento, entrando in conflitto con le mappe della conoscenza e le strutture mentali sin qui padroneggiate.

Nelle sue “Prediche inutili”, apparse prima in dispense e poi in un volume pubblicato nel 1959, Luigi Einaudi (1874-1961) definiva “società decadenti” quelle che avevano preferito il modello monopolistico-statale delle università. La sua preferenza andava al mondo anglosassone che aveva adottato il “metodo della libertà” con università-fondazioni private. Segno della libertà, l’abbattimento del “mito del valore legale” della laurea:

Basta fare appello alla verità, la quale dice che la fonte dell’idoneità scientifica, tecnica, teorica o pratica, umanistica, professionale non è il sovrano o il popolo o il rettore o il preside o una qualsiasi specie di autorità pubblica; non lo è la pergamena ufficiale dichiarativa del possesso del diploma….Giudice della verità della dichiarazione è colui il quale intende giovarsi dei servizi di un altro uomo; sia questi fornito o non di dichiarazioni più o meno autorevoli di idoneità….. V’era bisogno di un bollo statale per accreditare i giovani usciti dalla bottega di Giotto o di Michelangelo?

Einaudi, poi, prefigurava, al pari di Papini, scuole che “divengono laboratori sperimentali in cui si saggiano nuovi metodi didattici, diversi da quelli tradizionali, e si tentano nuove vie alla ricerca scientifica”. Un eco, la sua, giunta fino al Giappone dove, come ha scritto Shotaro Tani sul Financial Times del 13 dicembre 2017, una nuova scuola internazionale dà ai bambini un’educazione globale. Lo fa coltivando il “multilinguismo”, cioè l’utilizzo di più di una lingua contemporaneamente allo scopo di migliorare il modo di esprimersi, e le abilità sociali, poiché è importante vedere le cose da molteplici punti di vista.
L’obiettivo è preparare gli alunni a carriere in cui potrebbero dover assumere ruoli differenti in momenti diversi. Si progettano poi ambienti d’apprendimento multi-età, nel senso che gli allievi più anziani aiutano i più giovani. Un bel passo in avanti da quando in un reportage da Tokyo del febbraio 1990 – “La scuola: piccole foche ammaestrate” – il giornalista italiano Tiziano Terzani scriveva a proposito della scuola giapponese: “A scuola il bambino non viene abituato a pensare con la propria testa, ma addestrato a dire la cosa giusta al momento giusto. Per ogni domanda esiste una risposta e quella va imparata a memoria. ‘Che cosa succede quando la neve si scioglie?’ chiede la maestra, e la classe, in coro, deve rispondere ‘Diventa acqua’. Se a uno viene da dire: ‘Arriva la primavera!’ è redarguito”.

Volgendo lo sguardo al cielo blu della scuola reinventata, è bene mirare all’area della STIMA. Pochi i nostri studenti che respirano Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica e Arte. La disoccupazione intellettuale è anche il risultato di una bilancia dell’istruzione con troppi pesi sul piatto delle discipline umanistiche isolate da quelle scientifiche. La sindrome del silo disciplinare funge da barriera alzata per impedire la pratica dello sport del contatto tra discipline umanistiche e scientifiche. La scuola reinventata abbandona i silos. Ciò consente a docenti e studenti di intrecciare e con-fondere saperi i più disparati. Se ne traggono nuovi asset scientifici che gli stessi protagonisti volgono in attività imprenditoriali innovative.

L'AUTORE DI QUESTO ARTICOLO

Piero-Formica

Pietro Formica

Docente di Economia della Conoscenza, attualmente Senior Research Fellow dell’International Value Institute presso la National University of Ireland (Maynooth, Dublino). Dirige un laboratorio di sperimentazione per startup innovative presso il centro di imprenditoria Eden della stessa università.

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