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E’ noto che gli Italiani detengono uno stock di risparmio mobiliare e, ancor più, immobiliare, fra i maggiori al Mondo.

E’ anche piuttosto risaputo che la cosiddetta Industria del Risparmio Gestito rappresenta uno dei settori più corposi e redditizi dell’Economia nazionale, dal quale i principali gruppi bancari generalisti  traggono ormai oltre metà nel proprio margine operativo lordo.

Meno conosciuto è il fatto che, al di là delle consigliabili riflessioni che andrebbero riprese sull’opportunità che gli enti bancari vadano severamente  “ricompartimentizzati “ in banche commerciali e banche d’investimento per evitare i frequentissimi conflitti d’interesse  così che fu fatto negli Anni Trenta durante la grande crisi( fino al 1999, quando il Glass-Steagall Act venne abolito dall’Amministrazione Clinton ed in tutto il Mondo si diffuse il mito della Banca Universale), a verificare “come sia andata” per i sottoscrittori di prodotti finanziari italiani da quando questa Storia è iniziata nel 1984 con la Legge istitutiva dei Fondi Comune di Investimento ci pensa, da 33 anni,  l’Ufficio studi di Mediobanca.

I suoi realistici e, mediamente parlando, impietosi , per l’Industria italiana del Risparmio gestito, reports annuali raccontano di un sogno per alcuni (i gestori) e un incubo per altri( i sottoscrittori).

L’ultimo report annuale considera, allo stato del 2016
(
http://www.mbres.it/it/publications/dati-di-fondi-e-sicav-italiani), 1179 prodotti finanziari,  Sicav e fondi comuni (capaci di aver realizzato un rendimento medio in 33 anni di ben poco più dell’1,3% annuo), fondi pensioni negoziali ed aperti, fondi chiusi, immobiliari, speculativi, fondi di fondi: praticamente tutto quello che viene commercializzato di questo settore sul territorio italiano.

Nel dettaglio, come riportato anche da testate autorevoli quali Plus de Il Sole 24, consiste in 96,5 miliardi l’aumento di valore netto dei patrimoni generato in 33 anni, “cannibalizzato” da 76,4 miliardi di commissioni applicate su fondi comuni aperti e Sicav (quasi l’80% del guadagno).

Questi dati( che peraltro sono più o meno gli stessi che si ritrovano nei pur meno “ponderosi” report di Bankitalia – https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/bankitalia-riconosce-il-saccheggio-legalizzato-del-risparmio-gestito/-  e di altri autorevoli  Uffici studi ) fanno sostenere a Mediobanca che “l’industria dei fondi (col suo attuale 1,74% di costo medio esplicito) per sottacere i costi impliciti come la differenza danaro/lettera nelle compravendite dei sottostanti- annuo: vedi https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2017-0391/index.html, dove si rinviene, testualmente, che “se si sottraggono i costi direttamente e indirettamente sostenuti dagli investitori il rendimento dei fondi comuni aperti si riduce in media dal 3,5 al 2 per cento” e (vedi anche http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-09-13/fondi-comuni-costi-abbattono-rendimenti-134313.shtml?uuid=AE0DqOSC) continua a rappresentare – in un orizzonte temporale di lungo periodo –un elemento distruttivo di ricchezza per l’economia del Paese”.

Basti un solo dato, relativo al 2016: i fondi monetari, giustamente frequentissimi nei Portafogli degli investitori, hanno reso negativamente, lo – 0,2%, avendo le commissioni annue di gestione pari mediamente allo 0,6% annullato il rendimento dei titoli presenti nei portafogli gestiti.

L'AUTORE DI QUESTO ARTICOLO

Paolo Turati, econoomista-docente universitario,scrittore-giornalista, imprenditore copia

Paolo Turati

Economista e Docente Universitario, è un imprenditore, specialista di Art Market globale e di Mercati finanziari. Giornalista e scrittore, la sua opera letteraria, fra cui  ARTE IN VENDITA sull’Economia dell’Arte( il penultimo dei dieci libri editi che ha scitto), è accreditiata presso importanti istituzioni mondiali, come L’Università di Heidelbeg, la New York Library ed il Max Plank Institut di Monaco di Baviera

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