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Quando sento parlare dotti economisti (o sedicenti tali) dei danni provocati dalle famigerate politiche “neoliberiste” dei governi degli ultimi anni, mi domando a quale neoliberismo costoro facciano riferimento.

Sono ormai decenni che viviamo in un sistema economico globale dove l’invadenza dello Stato e degli organismi sovranazionali (Unione Europea, in primis) cresce in maniera impressionante. Non passa giorno che i legislatori – ben supportati da un inutile apparato burocratico – escogitino nuove forme di statalizzazione delle nostre economie. In Italia poi siamo arrivati al paradosso che ogni problema del vivere civile debba essere risolto tramite l’intervento pubblico: per ogni manchevolezza (reale o presunta) del mercato si invoca una legge, un regolamento o un’authority che metta mano ai danni causati da questo benedetto neoliberismo!

Bene, anzi male. Perché parlare oggi di neoliberismo è un po’ come evocare lo spettro del male che scende su di noi, anime candide e politically correct. Allora mettiamo in ordine le idee e proviamo a essere onesti prima di tutto con noi stessi.

Che cose il neoliberismo? Per rispondere dovremmo quantomeno sapere che cosa è – o è stato – il liberismo: domanda difficile per chi è digiuno di storia del pensiero economico moderno (Locke, Bastiat, Smith, De Toqueville, Jefferson, Mises, Rothbard, Berlin, Leoni, Hayek e il nostro Ricossa solo per citarne alcuni), domanda pretestuosa per coloro che in malafede fingono di non riconoscere dignità intellettuale ai maestri di questa scuola di pensiero. Il punto che si vuole evidenziare è che, tranne in pochissimi casi, oggi la cultura economica liberista è misconosciuta e, soprattutto, inapplicata. Principi come libertà di intrapresa, rispetto dei diritti inviolabili della persona (alla vita, alla proprietà, all’autodeterminazione) e sua centralità nei rapporti sociali hanno trovato sempre meno riconoscimento all’interno delle comunità statuali odierne.

Se ci guardiamo intorno, ahimè, constatiamo viceversa una progressiva socializzazione del sistema: il potere pubblico cresce in ogni ambito per diventare esso stesso principale punto di riferimento cui sottomettersi supinamente in ragione di una pretestuosa superiorità morale che non può essere messa in discussione.

L’idea fallace che i pochi che governano le cose del mondo abbiano, per non si sa quale virtù profusa dal cielo, una moralità ed una visione del bene comune superiore a ciascuno di noi è risibile sotto ogni punto di vista.

La riprova? Basta dare uno sguardo alle vicende storiche dell’ultimo secolo per convincersene. Come mai i sistemi cosiddetti socialisti hanno tutti miseramente fallito? Per quale ragione la statalizzazione soffocante è sempre causa impoverimento collettivo (a beneficio, ça va sans dire, di una ristretta élite di burocrati corrotti)? Ma è ovvio! E’ colpa del mercato e delle sue ferree leggi, direbbero le anime belle della sinistra. Ma allora volete spiegarci che cosa c’entra l’economia liberale con il collasso del comunismo mondiale e, prima ancora, dei regimi totalitari del Fascismo e Nazismo? Guarda caso non proprio esempi di democrazia liberale.

Ora, tornando al neoliberismo, ci vuole davvero una bella faccia tosta a sostenere che visto che l’economia di stampo socialista è finita nella pattumiera della Storia con il suo carico di dolori e sofferenze, la colpa è dei fautori del libero mercato! Non potendo evidentemente nascondere una realtà di tale evidenza, i progressisti di ogni sfumatura di rosso hanno trovato un nuovo colpevole per le loro malefatte: il neoliberismo.

Ma signori miei, siamo seri. Non è che cambiando l’etichetta alla più seria e valida forma di regolazione dei rapporti economici che l’uomo abbia fino ad ora elaborato si possano nascondere i propri errori. Si, perché qui il colpevole non è la libera scelta di miliardi di individui che pacificamente si scambiano beni e servizi con reciproca soddisfazione, ma la pervicace convinzione che il popolo vada catechizzato, governato e sottomesso ad un potere miope e arrogante, unico detentore della nozione di bene supremo.

Parliamo allora di neoliberismo come di una visione del mondo che ponga al centro l’uomo e la donna con i loro diritti inalienabili, che garantisca ad ognuno di perseguire – nei limiti di poche e condivise leggi che regolamentano l’agire sociale – i fini che ci si prefigge di raggiungere e, soprattutto, la libertà che tutto ciò presuppone.

Vale a questo proposito ricordare la celebre affermazione di Ludwig Von Mises: “I peggiori mali che l’umanità ha dovuto subire gli sono stati inflitti da cattivi governi!”. Affermazione che fa il paio con quella, altrettanto veritiera di Lord Acton; “Il potere (pubblico) tende a corrompere e il potere assoluto a corrompere in maniera assoluta!”.

Non lasciamoci ingannare da imbonitori che vivono all’ombra del potere statale, con le loro rendite di posizione lisciando il pelo al burocrate di turno, difendiamo le nostre libertà, Sono il bene più prezioso che ci siamo conquistati anche grazie ai neoliberisti che ci hanno preceduto.

L'AUTORE DI QUESTO ARTICOLO

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Piermario Croce

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