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Quando si viaggia in Piemonte lo sguardo ci suggerisce che ci stiamo muovendo prevalentemente “al piè del monte” (da qui l’etimologia del nome della nostra Regione), e non si può non prendere atto della complessità dei vari ecosistemi che si susseguono: dalle montagne alle vallate, ai laghi, alle colline, alle pianure.

Un vero “trionfo della diversità”, sia biologica che ecosistemica. Ma è soprattutto la “diversità dei viventi” (cioè la “biodiversità”) che colpisce positivamente l’osservatore ed il buongustaio della natura. Ciò in contrasto con le criticità sociali e la massificazione dei consumi dell’epoca che stiamo vivendo, a causa delle quali la “diversità” viene contrastata e confinata in ambiti sempre più angusti, a favore della preferenza per l’”omogeneo”, “il simile”, e “l’omologato” (associata alla diffidenza e all’emarginazione “del dissimile”).

In realtà, “dissimile” e “diverso”, soprattutto “bio-diverso”, significano opportunità e ampliamento di prospettiva: ad esempio, solo un’ampia variabilità genetica (cioè uno spettro “ampio” di diversità tra le caratteristiche degli individui, sia animali che vegetali e microbiologici) consente di disporre delle necessarie risorse per ovviare ai cambiamenti climatici.

Di queste potenzialità si è innanzitutto accorta, ormai da anni, la cosiddetta “bio-pirateria” della genetica, cioè la metodologia scorretta di rivendicare (e brevettare) la proprietà di risorse genetiche, conoscenze e tecnologie tradizionali tipiche di Paesi in via di sviluppo e da essi indebitamente “prelevate”. Tale “prelievo”, in particolare di risorse genetiche, avviene allo scopo di  acquisirle attraverso operazioni di etichettatura, brevettazione e modifiche di ingegneria genetica (ad esempio gli OGM, Organismi Geneticamente Modificati). I processi di bio-pirateria non lasciano alcun vantaggio, né sociale né economico alle aree “di prelievo indebito” della ricchezza biologica e culturale autoctona, con il paradosso che le aziende mutlinazionali della genetica vegetale vendono a caro prezzo sementi OGM (ed i fitofarmaci ad esse collegati) come “pacchetti chiusi” ai Paesi (quelli ricchi in “diversità genetica”) dai quali hanno prelevato la genetica naturale iniziale.

La “diversità genetica” rappresenta la variabilità presente all’interno di una singola specie, dovuta alle possibili variazioni presenti nel codice genetico degli organismi. La fonte di questa variazione sono le mutazioni, che possono riguardare sia la struttura dei geni sia la loro disposizione nei cromosomi (costituenti il DNA di ogni specie vivente).

Negli organismi a riproduzione sessuale tale variabilità potenziale si esprime attraverso il processo della ricombinazione: dato che un singolo individuo contiene da 10.000 a 100.000 geni, le combinazioni possibili sono virtualmente infinite. È stato stimato che nella biosfera (la quale si definisce, in biologia, come l’insieme delle zone della Terra nelle quali le condizioni ambientali consentono lo sviluppo della vita) il numero dei geni, molti dei quali sono comuni a più specie, sia pari a circa un miliardo.

Secondo la teoria darwiniana, la variabilità genetica è alla base dell’evoluzione attraverso il meccanismo della selezione naturale, la quale privilegia i geni più adatti alla sopravvivenza in un determinato ambiente. Una specie detiene un potenziale maggiore di sopravvivere e di riproduzione se possiede una diversità genetica più elevata; all’opposto, le specie caratterizzate da una variabilità genetica limitata hanno una minore capacità di adattamento a nuove condizioni ambientali, come ad esempio i cambiamenti climatici.

Il sapere “agricolo” ed “alimentare” italiano del quale oggi disponiamo proviene da un retaggio plurimillenario che si è arricchito, ed è stato trasmesso, generazione dopo generazione (mille anni di storia significano in media 40 generazioni umane) da ingegnosi agricoltori che hanno fatto tesoro della “diversità genetica locale” (esempio perfetto di sviluppo ”gloCale”, che consiste nel “pensare globale e nell’agire locale”).

Abbiamo oggi la fortuna di vivere in un “Tempo”, ed in un “Luogo”, nei quali la moderna agricoltura ha avuto la chance di sinergizzare la saggezza antica con una disponibilità di mezzi tecnici (meccanici, chimici, idrici, genetici, energetici) mai conosciuta precedentemente nella storia dell’Uomo.

Ed è così che si è forgiata ed evoluta la nostra ”agricUltura”, cioè questo insieme di “saperi e sapori” che la biodiversità del Territorio rende possibile in combinazioni uniche al mondo. L’agricUltura del Piemonte é un esempio di entità “olistica” (parola di origine greca, che significa che “un sistema e/o un insieme possiede un valore superiore alla semplice sommatoria dei valori delle proprie componenti” quando i componenti agiscono, per l’appunto, “in sinergia tra di essi”).

Non è un caso che proprio il Piemonte abbia dato i natali ad un movimento di agro-business “culturale” come Slow Food, con le proprie propaggini di “tassonomia delle tipicità del territorio” (i cosiddetti “Presidi”) e di marketing agroalimentare di successo (Eataly ed altri, ad esempio).

Tuttavia, proprio come avviene con i Presidi di Slow-Food, quando “si classifica un territorio e si creano protocolli di riconoscimento” si tende, per prassi usuale, ad usare “strumenti di ingrandimento e di segregazione” che selezionano le specifiche e le caratteristiche solamente di una ridotta porzione della biodiversità locale preesistente. Allo scopo si usa, per indagare e ispezionare, “il microscopio” (metaforicamente…), ottenendo come risultato finale il dettaglio voluto: la storia del prodotto, i componenti, la nicchia ambientale nella quale il prodotto si è sviluppato. E lo si etichetta.

Purtroppo, codesto processo non comprende l’auspicato utilizzo di uno “strumento di ingrandimento e di valorizzazione universale” (nel paragone si tratterebbe del “telescopio”), pertanto attraverso la scelta di valorizzare “il particolare” invece “dell’universale” si perde di vista “l’unicum bio-diverso” che compone il Territorio nel suo significato più ampio, integrato ed olistico.

In tal senso, la caratteristica più importante dell’ “agricUltura” consiste proprio nel “comprendere (includendo) invece che escludere”: ciò consente nell’ambito rurale ed agroalimentare di valorizzare al meglio quel 99% della produzione agricola, forestale, vitivinicola, zootecnica e delle acque che vengono regolarmente dimenticate dai sistemi di certificazione “delle nicchie produttive per l’agrobusiness”.

L’azione della Fondazione Magellano, a partire da questo primo seminario, consiste nella fattispecie nel recupero del “valore aggiunto silente” del Territorio, espresso dall’agricUltura, attraverso un impegno continuo e duraturo che si avvia in Piemonte e che si auspica possa dare motivazioni a molti proseliti.

L’azione di Magellano nel contesto descritto usufruisce altresì, come supporto scientifico e accademico, dei paradigmi e dei concetti della cosiddetta “agrobioetica”.

L’agrobioetica è una scienza codificata di recente, la quale consiste nell’applicazione di principi etici e deontologici al comparto agricolo ed ambientale nel suo complesso, allo scopo di fornire strumenti di analisi nei processi decisionali complessi e multidisciplinari (i quali sono all’ordine del giorno, ad esempio, nelle strutture pubbliche di governance del territorio).

La compatibilità sul Territorio tra agricoltura “food” (alimentazione umana), “feed” (alimentazione animale) e “no-food” (biomassa ad utilizzo non alimentare) costituisce un esempio di ambito di applicazione dei concetti di agrobioetica, così come il dibattito sugli OGM.

La tutela della biodiversità e delle componenti agro-bioetiche rappresenta un’opportunità importante per il contesto di agricUltura, la quale si riverbera sulle attività economiche “multifunzionali” del territorio che agiscono in parallelo ad agricoltura, zootecnia ed eno-gastronomia (agriturismo, turismo didattico, artigianato rurale, rinaturalizzazione del territorio, etc.) e sul contesto socio-rurale preesistente: sistemi e tradizioni rurali, ordinamenti fondiari, paesaggio rurale tradizionale, fruizione multi-filiera del territorio come per la zootecnia stabile e transumante, intensità di manodopera locale, etc..

Si richiamano tre concetti fondamentali di agrobioetica, rintracciabili nella contestualizzazione territoriale del Piemonte:

  • Bio-diversità:

é costituita dall’insieme della bio-ricchezza naturale locale: generi, specie, varietà ed ecotipi selezionati da milioni di anni di evoluzione darwiniana.

  • Bio-prossimità:

consiste nella “prossimità delle tecnologie sostenibili”, cioè nell’applicazione di una strategia di sviluppo rispettante gli equilibri preesistenti: si traduce nell’introduzione e/o nell’espansione ragionata di tecnologie e filiere produttive armonizzate in un determinato contesto agricolo e socio-rurale.

  • Bio-opportunità:

è rappresentata dall’opportunità, per il mondo rurale, insita nella domanda globale crescente dei prodotti delle filiere food, feed e no-food, nel rispetto dell’agroecosistema e delle risorse “finite”.

I primi strumenti che si propongono alla governance del Territorio del Piemonte consistono nella fruizione della presenza qualificata di Magellano sul web, grazie a nuovi siti e blogs dedicati, e nella realizzazione di una “Magna Charta dell’agricUltura del Piemonte” che viene proposta come documento fondante di un movimento di azione culturale e di opinione “Della Terra e per la Terra”.

L'AUTORE DI QUESTO ARTICOLO

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ALESSANDRO ARIOLI

Agronomo e docente universitario.

Lavora in Italia, nel bacino mediterraneo, in Est Europa, in Africa e in Estremo Oriente a progetti di sviluppo sostenibile delle Comunità Rurali locali per l’autosufficienza nella produzione di cibo ed energia da fonti rinnovabili, per la tutela delle risorse idriche, per il miglioramento della qualità della vita e per la salvaguardia dell’ambiente.

Dirige l’attività di Dipartimenti universitari in Italia e in Europa.

Ha prodotto oltre 60 pubblicazioni tecnico-scientifiche.

È consulente tecnico del Tribunale di Torino.

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